Inserzione per una città in cui non voglio più abitare

By on Mar 15, 2025 in Contemporaneità

Le città sono come le persone, cambiano. E Milano è cambiata parecchio dai tempi in cui potevo parcheggiare la mia Cinquecento in via Festa del Perdono. Sono un milanese figlio di milanesi, nipote di milanesi. Una specie rarissima. Ma per caso, per ventura, per necessità, non sono nato a Milano. Ci sono arrivato giusto negli anni dell’università, dopo un giro che mi ha fatto diventare un ibrido del Nord; in tal modo mi sento contemporaneamente milanesissimo (in casa parlavano un dialetto che avrebbe suscitato l’approvazione del Porta) e perfettamente estraneo. Una sorta d’apolide rispetto a chi – e ne conosco parecchi – conserva ancora le amicizie dell’asilo.  A Milano hanno trovato benessere e in molti casi ricchezza generazioni di siciliani, pugliesi, calabresi, lucani, campani. Milano accoglieva e offriva opportunità a chiunque avesse un minimo di talento e voglia di lavorare. Oggi a dar retta alle pagine cittadine Milano è città gentrificata al punto da espellere non solo i poracci ma pure il mitico cetomedio, estinto come i marciapiedi che a Milano sono praticamente scomparsi per via dei dehors. L’“occasionale e momentaneo” sostegno agli esercenti stremati dal Covid, come tutte le cose provvisorie è diventato definitivo più di una mutanda per adulti incontinenti. Il resto l’hanno fatto il traffico dei delivero, le biciclette e gli onnipresenti monopattini.

Ma noi milanesi a Milano eravamo felici lo stesso. O fingevamo di esserlo quando cantavamo in coro da balconi e finestre e giuravamo eterna amicizia e solidarietà al genere umano; poi tornati alla normalità qualcosa deve essere andato storto e siamo ridiventati i soliti stronzi di sempre. Anzi, forse ancora più stronzi di quanto eravamo o credevamo di essere.

Osservate questo cartello:

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Campeggia sul bancone di un bar che sta a ridosso del Parco Sempione, zona nobile a un dipresso dell’Arco della Pace. Ci sono entrato per via della riforma dei Vespasiani, estinti come i marciapiedi; insomma, dovevo fare un versamento liquido e l’alternativa prediletta dagli amici Nord-africani che lavorano al Parco non mi pareva adatta un signore di terza età qual sono. Entro, mi lavo le mani, evacuo; mi rilavo le mani, pago e bevo il caffè che mi ha dato il diritto di pisciare in civiltà. È lì che ho visto e fotografato il cartello. Il titolare del bar ne è orgogliosissimo. Forse non è al corrente delle tradizioni di ogni città francese che si rispetti; ma anche tedesca, austriaca, bolzanina, friulana e giuliana. Il caffè magari fa schifo, anche senza il magari, ma l’ospitalità e i giornali appesi nelle bacchette di legno garantiti come il Grüß Gott nelle valli tirolesi.

Il cartello del bar, e la soddisfazione severa dell’esercente, sono una faccia della medaglia. L’altra, che è indispensabile non disconoscere, è la maleducazione delle “vaste masse popolari”. Del popolo nulla più hanno se non la trasformazione in plebe, evento incontenibile come e più di una pandemia. Se poi aggiungiamo che dopo l’Expo la città più brutta e più disomogenea d’Italia, la piccola metropoli europea confusamente priva di un linguaggio architettonico univoco e unificante, è diventata un polo di attrazione turistica, capirete le ragioni per cui in questa casa non voglio più abitare.

L’altro giorno ho scovato un altro cartello. Lo riproduco qui:

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Non so se compaia in altre città. Qui a Milano viene preferibilmente stampato sulle cassette della luce (o dei telefoni?). Un messaggio talmente confuso nella sua stupidità che non vale neppure la pena di tentare un’interpretazione: non ha importanza sapere chi siano i “genocidari” e gli “assassini vaccinisti” nella testa bacata dei miniatori. Resta lo sgomento di constatare che a Milano c’è qualcuno che si dà la briga di preparare uno stencil per poi nottetempo annunciare al mondo la propria verità.

(Vorrei tanto andarmene in campagna. In un posto piccolo, non alla moda. A mezz’ora dal mare e a un’ora da tutto. Lontano, ma vicino. Aiuto!)