Dobbiamo al buon vecchio Hegel la scoperta che ogni trasformazione quantitativa diviene qualitativa e viceversa. Se si abbassa la temperatura di qualche grado l’acqua ghiaccia, se s’innalza diviene vapore; basta poi un protone in più o in meno e al variare del numero atomico ecco mutare anche l’essenza della materia. Una legge che trova applicazione anche in letteratura. “Morte a Venezia” consta di un centinaio di pagine, la “Montagna incantata” supera le settecento. Entrambe appartengono alla categoria capolavori assoluti, quel genere di cose che rendono la vita degna di essere vissuta; ma mentre la mole della storia di seduzione e morte di Gustav von Aschenbach non spaventa nessuno, la “Montagna” (incantata o magica che sia) si rivela un’ascensione impossibile per una quantità di lettori. Purtroppo questa legge vale anche per anche le opere di saggistica e più in generale per la maggioranza dei documenti di informazione scientifica.
Tuttavia, per quanto consideri la scrittura di Thomas Mann raccomandabile a chiunque voglia iscriversi al partito degli esseri umani, non arrivo comunque al punto da considerarla indispensabile come un vaccino salvavita; mentre viceversa lo è – o meglio: lo sarebbe – la conoscenza ragionata degli eventi storici della nostra epoca. Uso il condizionale, poiché la stragrande maggioranza delle persone non sa chi ha combinato cosa né tantomeno perché. Un guaio grosso. (Sento già l’obiezione di chi mi fa notare che magari i nazisti dell’Illinois pur conoscendo la storia contemporanea non necessariamente aborrono certi suoi protagonisti, anzi. Ma quello dei nazisti dell’Illinois, di Varese o della Turingia, penso sia un problema di patologia psichica non di formazione).
Studiare la storia (le scienze naturali, l’arte di riparare la motocicletta, i cento e un modo di cucinare il dinosauro alla panna) non è facile e neppure dilettevole. I grandi banalizzatori, quelli che campano esercitando l’arte della tuttologia, lo sanno bene. E intortano il loro pubblico facendogli credere che le cose – lo studio della storia, la riparazione della motocicletta e la cottura dei dinosauri – siano attività che si conseguono in agilità e senza sforzo alcuno. Gli adulti avveduti sanno che non è così. Le cose della storia, e di qualunque altro sapere che richieda un impegno un po’ più sofisticato del pigiare il tasto di un telecomando, sono complicate e difficili. Perché niente, neppure varcare il Rubicone come pare abbia fatto Giulio Cesare senza peraltro eccessive difficoltà, è di semplice comprensione. Di norma poi, più le cose sono complesse più approfonditamente vengono studiate dagli specialisti. E questa è una cosa meravigliosa.
Purtroppo però la mole delle informazioni, delle interpretazioni basate sui differenti criteri di lettura, delle analisi e degli studi comparativi, alimenta la crescita di bibliografie sterminate che lasciano sgomento anche lo specialista. Figuriamoci il così detto “lettore comune”. Il povero casalingo di Voghera, senza un Virgilio che lo aiuti indirizzandolo verso il “testo fondamentale” di questa o quella questione, questo o quell’argomento, questa o quella scienza o disciplina, è perduto. Non leggerà nulla e nella migliore delle ipotesi cadrà preda del furbacchione televisivo di turno. Qualcuno potrebbe obiettare che non avrebbe letto nulla in qualunque caso. E avrebbe ragione: i dati sull’ignoranza del belpaese sono terrificanti., ma questa è un’altra storia.
Amo mettermi dalla parte degli sconfitti. Non sempre, ma quasi. Quindi nonostante il ribrezzo istintivo che provo per il casalingo di Voghera, mi tocca schierarmi dalla parte sua riconoscendo che i “testi fondamentali” sono il più delle volte di difficile decifrazione. Non sono pensati né scritti per il lettore comune. Richiedono – ahinoi, inevitabilmente – il possesso di competenze e meccanismi formali di difficile acquisizione. Mettersi dalla parte degli sconfitti non è un metodo storico, né tantomeno un’euristica. E’ una necessità. Gli sconfitti sono la quota strabocchevole di ogni storia umana, sono i boccaloni soccombenti, la facile preda di despoti, dittatori e lestofanti. Se annaspano la barca si rovescia e finiranno coll’annegare, e noi con loro. Salvarli non è dunque un atto etico ma è una necessità: con buona pace della dolorosa disillusione che percola da ogni pagina di “Minima moralia”, essere illuministi o almeno provarci è un obbligo. Il solo modo che conosco è il dialogo. Anche con persone che istintivamente sento lontane persino più di fascisti su Marte.
L’altro ieri ho scoperto un libro di storia scritto da uno storico che sa scrivere. Definisce, circoscrive, collega e interpreta fatti e rapporti tra fatti in modo esemplare come una tavola sinottica. Offre una sintesi che rende semplice la complessità senza banalizzarla. Una grande dote. Una dote rara. Il suo libro s’intitola “Storia della Shoah”, quella cosa che pensavamo finita per sempre e che invece non finisce mai. L’ha scritto Georges Bensoussan. È un libretto pubblicato da Giuntina di 168 pagine, dunque qualcuna in più di “Morte a Venezia”. L’autore ricostruisce la genesi morale, culturale e politica dello sterminio degli ebrei europei. Non si è trattato di un corto circuito della ragione, avverte; non fu un inciampo terribile e fatale, ma qualcosa che va riportato nella storia e nella cultura europea. Pagina dopo pagina, l’autore mette in fila i fatti e gli eventi legislativi, organizzativi e militari che distrussero sei milioni di persone. Una discesa nell’orrore pianificata in ogni dettaglio ed eseguita con dedizione assoluta.
Come nel breve capolavoro di Mann, in questo libro non manca una sola parola e nessuna è di troppo. Ogni fatto, ogni successione di fatti, ogni evento, ogni responsabilità, è elencato con la precisione tombale dello studioso che affronta la storia più dolorosa da quando l’umanità ha iniziato ad avere coscienza di sé. La Germania, il paese più evoluto culturalmente e tecnologicamente d’Europa, mette al servizio dell’orrore tutta la propria potenza. L’odio antiebraico che prospera da secoli nel continente più progredito del pianeta ha dato man forte alla macchina dello sterminio. L’indifferenza, l’acquiescenza e l’amore per il quieto vivere di milioni di concittadini europei hanno fatto il resto. A Vienna, a Berlino, a Varsavia, a Vilna (a Parigi, a Milano, a Budapest, a Kiev…) il vicino di casa ha denunciato, si è appropriato di beni che non erano suoi.; nel migliore dei casi non ha fatto nulla, è stato in silenzio, si è voltato dall’altra parte. Senza l’aiuto, la collusione, il sostegno della gente comune, dei bravi casalinghi di Voghera e di ogni altra città d’Europa, la distruzione degli ebrei non sarebbe stata possibile nella misura in cui è avvenuta.
I libri non salvano il mondo. Ma senza memoria il mondo è perduto. Il demenziale straparlare di genocidio a Gaza ne è testimonianza. Certo, il lavoro di Georges Bensoussan non interessa alle menti avvertite e sapienti che spargono il falso: oggi a proposito di Gaza, ieri sulle colpe “ontologiche” degli ebrei. Ma ai battaglioni che ingrosseranno le fila del prossimo progrom sarebbe utile sapere che quando gli esseri umani vengono considerati alla stregua di oggetti – cose, pezzi, stuck nel linguaggio dei campi – nessuno può pensarsi al sicuro.